Emirati Arabi Uniti
Guardando un mappamondo si poteva vedere a colpo d’occhio che Seattle e il Golfo Arabo sono praticamente agli antipodi. Mercer impiegò meno tempo passando da New York per poi volare verso est sorvolando l’Europa fino a raggiungere il Medio Oriente che se avesse sorvolato la sconfinata massa continentale euroasiatica. Del volo interno non ricordava assolutamente niente perché era crollato in un sonno profondo appena dopo l’imbarco per svegliarsi solo quando i carrelli dell’aereo avevano toccato terra sulla pista di New York. Il traffico aereo era stato piuttosto condizionato dall’attentato terroristico di Heathrow, e l’unico volo abbastanza rapido che era riuscito a trovare per arrivare in Europa era un volo Air France a bordo di un Concorde. Avrebbe preferito un mezzo più lento. All’aeroporto JFK di New York si sentiva come uno zombie e sognava di poter continuare la dormita per tutto il volo intercontinentale. Invece su quella specie di missile riuscì a malapena a fare un pisolino di un paio d’ore.
L’aeroporto Charles de Gaulle di Parigi era immerso nel caos, con migliaia di passeggeri smarriti che cercavano il modo per raggiungere la Gran Bretagna. Se fosse stato un po’ più sveglio si sarebbe preoccupato, ma nello stato in cui era riuscì solo a sonnecchiare per tutto il tempo di attesa prima di prendere la coincidenza per Abu Dhabi.
La luce impietosa del sole del deserto di Abu Dhabi giunse come un toccasana dopo tutto il freddo e la desolazione in cui era stato immerso negli ultimi giorni. Gli sembrava che gli ci sarebbero volute settimane per scaldarsi le ossa dopo il freddo lancinante patito durante la fuga dalla piattaforma della Petromax. Aveva con sé solo una borsa con un po’ di vestiti comprati in tutta fretta all’aeroporto JFK, quindi non gli ci volle molto per passare la dogana. Oltrepassò la sequenza interminabile di negozi duty-free e finalmente sbucò all’aperto, all’imboccatura della strada che dalla città conduceva al terminal internazionale.
Mentre aspettava il suo contatto, un certo Wayne Bigelow, Mercer mise per terra la borsa ignorando i taxi e le limousine con i loro autisti che offrivano passaggi al centro città e chiuse gli occhi di nuovo, facendo segno di no con la testa mentre si appoggiava a un lampione. Nella lista delle sue priorità, recuperare il sonno veniva subito dopo il bisogno di calore.
Il suono di un clacson a pochi passi di distanza lo riportò alla realtà. Mercer si era fatto una buona impressione del colonnello Bigelow quando si erano sentiti al telefono dall’aeroporto di Seattle, e avrebbe giurato che il veterano guidava una Land Rover scassata con una ruota enorme imbullonata al cofano. Invece Bigelow si sporse dal finestrino di una Mercedes S 600 Sedan nuova di zecca che brillava al sole.
“Il dottor Mercer, presumo” disse Bigelow con un inconfondibile accento britannico che sembrava provenire da un’altra epoca. I baffi argentei e appuntiti risaltavano sul volto abbronzato e cotto dal sole come la corteccia di un albero. Anche da seduto teneva un portamento talmente rigido e militaresco che Mercer pensò che alla sua morte, con il rigor mortis, si sarebbe finalmente rilassato.
“O meglio quello che ne rimane” rispose Mercer scostandosi dal lampione e afferrando la borsa per avviarsi verso l’auto.
“Perdoni il ritardo, ma stamattina volevo vedere un po’ di fuochi d’artificio e gli Hornet della vostra marina militare sono davvero spettacolari. Urlano come belve infernali.” Bigelow notò il passo lento ed elegante con cui Mercer girò attorno alla Mercedes e la cautela con cui si accomodò nel sedile del passeggero. “Si direbbe che lei e Khalid Khuddari andiate dallo stesso sarto.” Il braccio destro di Mercer era appeso a una fascia di tessuto per alleggerire la tensione sui tendini martoriati della spalla.
“È incredibile quanta attenzione suscitino questi affari. Persino il personale Air France si è comportato in modo civile.”
“Avrebbe dovuto volare con la BOAC” commentò Bigelow usando il vecchio nome della British Airways, “ma temo che lo scherzetto di Heathrow abbia messo tutti nella merda per qualche giorno.”
“Allora, è andato tutto come previsto?” chiese Mercer. Tra tutte le ore di attesa nei vari aeroporti, i voli e il tempo perso spostandosi di tredici fusi orari verso est, da quando lui e Hauser avevano sventato la distruzione della Petromax Arctica era già trascorsa un’intera giornata.
“Tutto come un orologio svizzero” rispose Bigelow sorridente. La Mercedes viaggiava a centocinquanta chilometri all’ora, frusciando sulla striscia di asfalto che tagliava la sabbia bianca del deserto. “Ma lascerò al Ministro Khuddari il piacere di raccontarle i dettagli.”
“Dalla conversazione che ho avuto con la sua segretaria ho inteso che ha riportato ferite piuttosto serie durante gli attentati al British Museum e all’aeroporto di Heathrow.”
“Siri ha un debole per lui e le sue ferite le sembrano molto più gravi di quanto siano realmente. Si è beccato qualche scheggia di granata che non lo ha messo in pericolo di vita e gli si è spostata una vertebra quando è saltato giù dall’aereo.” Quindi aggiunse affettuosamente: “Quella donnicciola ha fatto un volo di tre metri e le si è accavallato un nervetto. Ho conosciuto uomini che hanno fatto voli di millecinquecento metri senza paracadute e se ne sono andati con le loro gambe, appena zoppicanti. Ho sempre pensato che quel ragazzo sarebbe dovuto andare all’Accademia Militare di Sandhurts, altro che Cambridge, o la Scuola di Economia di Londra! Quel ragazzo è uno smidollato.”
“Lo conosce da molto?” chiese Mercer sorridendo nel percepire chiaramente il ruvido affetto che Bigelow lasciava trasparire.
“Dal giorno in cui suo padre l’ha portato via dal deserto quando era ancora un bambino. Gli uomini come lui sono il futuro del Golfo. Riescono a funzionare perfettamente nel mondo occidentale pur rimanendo fedeli alle loro tradizioni e alla loro fede, dando a Cesare quel che è di Cesare senza rinunciare al loro equilibrio. Il fondamentalismo di cui si parla tanto non è una soluzione. Che si veneri Allah, o la cultura moderna, gli arabi devono imparare a non buttarsi a capofitto in nessuna delle due direzioni. Purtroppo sono talmente passionali che qualsiasi cosa facciano perdono di vista i sottili compromessi che la vita ci richiede.”
Mercer ridacchiò. “Non molto tempo fa ho fatto esattamente lo stesso discorso a proposito degli ambientalisti.”
“Il concetto vale per tutti” rispose Bigelow.
Arrivati in città, Bigelow parcheggiò nel garage sotterraneo di un grattacielo di uffici, fatto di vetro e acciaio, in un posto contrassegnato da una targa con il suo nome incastonata nel cemento del muro.
“Può lasciare qui la borsa. L’auto rimarrà a sua disposizione per tutto il tempo in cui resterà ad Abu Dhabi. Spero che la apprezzi più di quanto non faccia io. Preferisco di gran lunga la mia vecchia Land Rover a questo bordello di lusso per ricconi tedeschi.”
Il palazzo era di costruzione molto recente, ma la zona in cui Bigelow condusse Mercer aveva l’aria di un vecchio palazzo vittoriano, con stucchi alle pareti, finiture in legno scuro e soffitti alti almeno tre metri e mezzo. L’accostamento lasciava disorientati, ma quell’atmosfera antica era particolarmente accogliente nell’asettica metropoli. Le porte dell’ufficio di Khalid Khuddari erano in mogano massiccio, larghe più di un metro e alte tre. Erano senz’altro antiche, pensò Mercer, perché non si trovavano più alberi di quelle dimensioni.
L’anticamera dell’ufficio era ampia, invitante e arredata con eleganza. I colori utilizzati ricordavano le sfumature della sabbia del deserto e dell’acqua azzurra del Golfo. La scrivania contro la parete di fondo era grande come un tavolo da biliardo e perfettamente organizzata. Persino i cavi del computer erano raccolti e ordinati. Mercer intuì che la donna che gli veniva incontro da dietro la scrivania doveva essere Siri Patal. Rimase stupefatto dalla sua bellezza. Si era immaginato un donnone corpulento come le matrone che vedeva sempre nei ristoranti indiani di Washington. Siri Patal avrebbe potuto fare la fotomodella, aveva movenze eleganti e un corpo sottile e flessuoso come un giunco. Cadendo nel più bieco sciovinismo Mercer si augurò che Khuddari fosse abbastanza furbo da avere una storia con lei. Al posto suo, lui non se la sarebbe lasciata scappare.
“Buongiorno colonnello” disse Siri rivolgendosi a Bigelow molto rispettosamente. Il colonnello ignorò quei modi così formali e le solleticò la guancia con la punta di un baffo.
“Ciao tesoro, come sta la mia bambina?”
“Colonnello, la prego” disse lei arrossendo e indicando con un cenno della testa l’angolo della sala.
Sprofondato in uno dei due divani in pelle e intento a sfogliare una rivista di ingegneria petrolifera, Jim Gibson alzò gli occhi e sorrise. “Non faccia caso a me, signorina, continui pure.”
Il cappello e gli stivali da cowboy erano in perfetta sintonia con il suo pesante accento texano. “Accidenti, Mercer! Mi avevano detto che stavi arrivando, ma mi sono detto no, non è possibile. Mercer è un minatore, ho detto, e l’unica risorsa di questo paese a parte il petrolio è la sabbia, e per trovarla non servono mica i minatori.”
Mercer strinse la destra di Gibson con la sinistra, che scomparve nell’enorme mano del texano. “Grazie, Jim, per tutto quanto. Credo che se tu non mi avessi messo in contatto con il colonnello Bigelow il mondo adesso non sarebbe più lo stesso.”
“Cazzo, non ci sentiamo dai tempi della Nigeria e dopo tutto questo tempo mi chiami per parlarmi di trame politiche e di attentati. Quando ho sentito del sabotaggio alla condotta dell’Alaska ho capito che non stavi esagerando e ho fatto quello che avrebbe fatto qualsiasi eroe.” Gibson scoppiò a ridere. “Ho fatto come John Wayne, che quando era circondato dagli Indiani ha chiamato la cavalleria. Sono contento di essere stato di aiuto. A proposito, è ora che questo cowboy vada a ritirare il suo premio.”
Mercer sollevò un sopracciglio guardando perplesso l’amico geologo.
“Il principe vuole ampliare la sua scuderia e, sapendo che sono un intenditore di cavalli, mi ha incaricato di fare un giro di shopping in Europa o negli stati Uniti. Mi ha detto che se mi capita di vedere qualche puledra che mi piace non devo farmi riguardo e posso comprarmela. L’assegno che mi ha dato ha più zeri di una squadra di scacchi delle scuole superiori.”
Gibson sfiorò la tesa del cappello con il dito indice in segno di saluto. “Miss Siri, colonnello, Mercer, spiacente di dover tagliare corto ma ho un aereo da prendere.”
Appena Gibson se ne fu andato, la porta del Ministro Khalid Khuddari si aprì. Il Ministro era vestito in modo informale, con jeans e camicia sbottonata, e camminava appoggiandosi a due bastoni. Avanzava lento ma energico, sostenendo il peso del corpo con le braccia. Mercer lanciò un’occhiata a Siri Patel, invidioso per lo sguardo appassionato che rivolgeva a Khuddari. Per un istante gli riaffiorò alla mente l’immagine di Aggie Johnston, dolorosa come una pugnalata. Dopo la partenza dall’Alaska non l’aveva più rivista, e forse non si sarebbero incontrati mai più.
“Dottor Mercer, incontrarla è per me un piacere e un privilegio” disse Khuddari mentre si avvicinava. Guardò intensamente Mercer, e quando parlò, sorrise: “Sono pronto a scommettere che le sue ferite sono molto più profonde di quello che vedo.”
“Più profonde di così e vedrebbe solo il mio cadavere.” Mercer non si mosse per stringere la mano a Khuddari perché avrebbe dovuto dargli la sinistra, un gesto che per gli arabi è considerato altamente offensivo.
“Abbiamo sofferto entrambi” disse Khuddari in un sussurro che solo Mercer poté udire. Mercer annuì, condividendo la profonda verità contenuta in quel commento. Così com’era apparsa, l’ombra di serietà sparì dal viso di Khalid Khuddari, che tornò a essere un ospite squisito. “Si accomodi nel mio ufficio. Abbiamo molte cose da raccontarci. Credo che persino il colonnello Bigelow resterebbe colpito dai nostri racconti, lei che dice?”
Mercer rise. “A meno che io e lei non abbiamo da raccontarci di come abbiamo sconfitto Rommel con una mano sola, credo che pochi eventi potrebbero impressionare il suo colonnello.”
Khuddari era deliziato da quella battuta così azzeccata sul suo amico e mentore e sorrise guardando la faccia burbera di Bigelow.
Fece strada per accoglierli nel suo ufficio e si sedette dietro la scrivania, allungando le gambe su un’ottomana e appoggiando i bastoni alla parete. Bigelow e Mercer sedettero di fronte alla scrivania. Tra la stanchezza e il cambio di fuso orario Mercer aveva perso la cognizione del tempo e accettò senza esitazione il whisky che Bigelow gli offriva tirando fuori dalla tasca della giacca una fiaschetta dal tappo dorato.
“Per prima cosa, i miei amici più stretti mi chiamano tutti Khalid. Vorrei che lei fosse uno di loro, dottor Mercer. Posso tralasciare le formalità e chiamarla Philip?”
“I miei amici mi chiamano Mercer, e a dire il vero anche i miei nemici, ma quello non conta.”
“Allora vorrei che sapesse, Mercer, che i cittadini degli Emirati Arabi e tutti coloro che vivono nel Golfo le devono molto. Credo proprio che senza il suo intervento, quello che sembrava essere un problema interno al nostro paese avrebbe coinvolto tutta la regione. Il suo avvertimento è arrivato appena in tempo per permetterci di evitare non solo una rivoluzione locale, ma la destabilizzazione di tutto il Medio Oriente.”
Mercer si schernì, ma Khuddari continuò. Da tempo eravamo a conoscenza di un elemento sovversivo all’interno degli Emirati, un certo Hasaan bin-Rufti, ma non sapevamo quanto stretti potessero essere i suoi rapporti con paesi meno… amichevoli, per così dire. Successivamente ho saputo dei contatti tra Rufti e gli iracheni e gli iraniani mentre ero a Londra, ma ero impossibilitato a trasmettere le informazioni qui nel mio paese.
“Per fortuna, appena Bigelow ha saputo che ero stato trattenuto da un attentato terroristico all’aeroporto di Heathrow, ha giustamente dedotto che il bersaglio di quell’attentato ero io. Di sua iniziativa ha fatto arrestare bin-Rufti al suo rientro dalla conferenza dell’OPEC. Avevamo Rufti, ma non sapevamo dove aveva nascosto le sue truppe. Ed è lì che è entrato in scena lei.
“Collegando gli incidenti in Alaska alla Petromax Oil e alla Southern Coasting & Lightering ci ha fornito l’indizio per individuare quelle truppe. In quella specie di limbo che si è creato con la vendita della flotta della Petromax alla SC&L, la Petromax Arabia è stata ribattezzata Southern accent, una nave di cui nessuno sapeva niente che se ne stava da settimane in rada nel nostro porto, ignorata da tutti. Senza di lei non avremmo mai capito che la petroliera era un elemento del piano di Rufti, che ci aveva nascosto i suoi uomini. Sarebbero stati in grado di sbarcare a terra e impossessarsi di questo paese molto più in fretta di quanto fece Saddam con il Kuwait nel 1990.”
“Mi dica, ho indovinato a pensare che il sabotaggio alla Alaska Pipeline e l’affondamento della Petromax Arctica dovevano dare il via alla rivoluzione negli Emirati?”
“Per quel che sappiamo, sì” disse Khalid.
“La mente che stava dietro tutta l’operazione è un ex agente del KGB di nome Kerikov…”
“Sappiamo tutto di Kerikov” lo interruppe Bigelow. “È stato visto l’anno scorso a Istanbul, dove ha incontrato Hasaan Rufti. È stato allora che hanno partorito il loro piano.”
“Non l’hanno partorito loro, colonnello” rispose Mercer. “Abbiamo scoperto, tramite un esperto di informatica assunto da Kerikov, che il programma che aveva attivato era stato installato già ai tempi della Guerra Fredda da un infiltrato del KGB. Anni fa Kerikov ha saputo del progetto e ha scoperto i codici di accesso al sistema informatico di Alyeska. Ha aspettato di trovare qualcuno come Rufti, qualcuno che fosse disposto a pagare per bloccare una volta per tutte la Trans-Alaska Pipeline.”
“Ma perché? E perché proprio adesso?”
“Distruggendo l’oleodotto e affondando una petroliera carica del greggio di North Slope, Kerikov e Rufti avrebbero fatto sì che gli Stati Uniti abbandonassero il progetto di chiudere le importazioni di petrolio e di usare solo il petrolio nazionale o combustibili alternativi. La politica energetica del Presidente, avversata da molti politici e da molti finanzieri di New York, sarebbe stata cancellata con un colpo di spugna.”
“Quindi Rufti avrebbe usato gli attentati all’America sia come miccia che come diversivo, e nel frattempo lui e i suoi nuovi alleati, l’Iran e l’Iraq, si sarebbero impossessati di tutto il Medio Oriente.” Khalid cominciava a vedere più chiaramente quanto quel complotto fosse articolato e pericoloso. “Sfruttando l’esperienza tattica della Guerra del Golfo e colpendo l’America nel momento in cui era troppo occupata a dirimere le grane interne e le conseguenze dei due disastri legati al petrolio, Rufti si sarebbe impossessato degli Emirati in pochi giorni, e nel giro di qualche settimana avrebbe conquistato tutta l’area. Da non credere! Ma da dove venivano tutti quei soldi? È una domanda che mi ha fatto il principe prima che partissi per Londra. Nonostante quello che tutto il mondo pensa, non è vero che tutti i membri dell’OPEC siano ricchi sfondati. Rufti è sicuramente miliardario, ma non è neanche lontanamente abbastanza ricco da finanziare un’operazione così complessa.”
“Ed ecco che entra in scena Max Johnston” rispose Mercer. “In un certo senso è lui che ha finanziato il progetto. All’inizio si è trattato di una semplice decisione aziendale che poi però si è rivelata molto più losca. Le compagnie petrolifere, dopo che il Presidente ha avviato la sua politica energetica, hanno cominciato a dannarsi l’anima per fare quanti più soldi possibile negli ultimi anni che avevano a disposizione. Johnston è stato avvicinato da Rufti, e successivamente dagli iraniani e dagli iracheni che in cambio del finanziamento in denaro gli hanno promesso il diritto esclusivo su tutte le future esplorazioni petrolifere in Iraq, Iran e negli Emirati Arabi. Dal punto di vista di Johnston, i centocinquanta milioni di dollari che gli avevano chiesto erano solo una tangente per i tre Ministri del petrolio che avrebbero acconsentito a lasciargli il dominio del mercato.
“Infatti l’accordo sarebbe rimasto in essere anche dopo la chiusura delle importazioni da parte degli Stati Uniti, lasciando alla Petromax qualcosa di molto simile a un monopolio su tutto il greggio del Medio Oriente importato dall’Europa e dal Giappone. Anche se il resto del mondo avesse proseguito sulla via della riduzione dei consumi di petrolio, si sarebbe comunque trattato di miliardi di dollari di guadagni nei prossimi venticinque anni.”
“Che cosa carina da parte di Rufti condurre la trattativa nella sua veste di nostro Ministro del petrolio” disse Khalid sarcastico.
“Probabilmente Johnston sapeva che lei doveva essere ucciso perché era di ostacolo al progetto di Rufti, ma non credo che fosse al corrente delle intenzioni dell’Iran, dell’Iraq e di Rufti di insediarsi al potere e dominare tutta l’area del Golfo. Pensava che l’accordo riguardasse le tre nazioni singolarmente, e non un vero e proprio triumvirato. Johnston non era in grado di tirare fuori centocinquanta milioni di dollari senza vendere parte delle sue proprietà. E qui entra in scena la Southern Coasting and Lightering. Lui vende la sua flotta di petroliere e usa i contratti preliminari e i suoi contatti per ottenere i liquidi, un po’ come accade per i derivati. Non mi è chiaro come sarebbero dovute andare le cose, ma in sostanza lui ha finanziato il suo stesso crollo.”
“Mi scusi” disse Bigelow, “ma questa storia non ha senso. Lui vende le petroliere per raccogliere i soldi per diventare l’unico importatore di petrolio da tutti i giacimenti del Medio Oriente.”
“Aveva appena stipulato un accordo per acquisire i diritti di perforazione sulla metà dei giacimenti del mondo. Dubito che si preoccupasse dei pochi milioni di dollari guadagnati con la vendita delle petroliere. Ma è a questo punto che l’intrigo si fa veramente machiavellico.”
“Può dirlo forte!” commentò Khalid.
“Ho un amico a Miami che è uno dei maggiori esperti di diritto della navigazione. È lui che ha scoperto tutti i dettagli di quello che stava per succedere. Fino a un anno fa, la SC&L era una piccola compagnia della Louisiana, proprietaria di un paio di petroliere da centomila tonnellate che facevano la spola tra Galveston e il Venezuela. A un certo punto la compagnia è stata acquistata e sono magicamente spuntati i soldi per comprare le tre superpetroliere, un salto notevole per una società che l’anno scorso aveva registrato utili assai modesti.”
“E chi l’ha comprata?”
“Vi ricordate del programma Oil for Food lanciato dalle Nazioni Unite anni fa per garantire l’assistenza umanitaria alla popolazione dell’Iraq mantenendo le sanzioni al paese? Parte dei fondi frutto di quelle vendite di petrolio sono andati a finire nella Southern Coasting & Lightering. La società era di proprietà dell’Iraq e di Hasaan bin-Rufti, cosa di cui Max Johnston era totalmente all’oscuro. Pensava di aver concluso l’affare della sua vita, e invece ha firmato la sua condanna.”
“Mi sta dicendo che è l’Iraq che ha finanziato tutta l’operazione? E perché preoccuparsi di tirar dentro Max Johnston se erano loro stessi i finanziatori?” chiese giustamente il Ministro Khuddari.
“Per due motivi. Il primo è che l’Iraq aveva bisogno di lavare il denaro sporco in un’operazione economica legittima. Durante il programma Oil for Food le Nazioni Unite tenevano sotto stretto controllo i movimenti di denaro dell’Iraq per verificare che non servissero a comprare armi. E quando il mio amico Dave Saulman ha cominciato a indagare sulla proprietà della SC&L è venuta fuori tutta la trama del disegno. Quella che è cominciata come una transazione da centocinquanta milioni di dollari per l’acquisto di soia e altri prodotti alimentari, con un po’ di documenti falsi e qualche mazzetta si è trasformata nell’acquisto di una flotta di petroliere. La Southern Coasting ha pagato Johnston per le navi, e lui ha rimandato i soldi in Iraq, gonfiando i forzieri della guerra irachena. Una parte di quei soldi sono andati a Kerikov per finanziare la distruzione dell’oleodotto e dell’Arctica. Per farlo ha ingaggiato le squadre di terroristi e ha foraggiato la PEAL trasformando i suoi attivisti nelle sue ignare pedine.
“Il secondo motivo è che servivano le attrezzature di Johnston, e in particolare le sue petroliere, per trasportare in Alaska l’enorme quantità di azoto liquido e per creare la base operativa delle truppe di Rufti negli Emirati. A operazione conclusa, inoltre, Johnston sarebbe diventato il loro capro espiatorio.
“Ciò che Max non sapeva era che Kerikov e Rufti avevano programmato di annullare l’accordo sin dall’inizio e piantarlo in asso a fare i conti con le disastrose conseguenze della distruzione della Arctica. Max aveva già fatto la sua parte permettendo loro di usare le sue navi e riciclando il loro denaro, ma loro avevano in mente di fregarlo. Per essere sicuri che lui non avrebbe mai rivelato a nessuno quello che aveva fatto, Kerikov e l’assistente di Rufti, Abu Alam…”
“Oh, quello, lo conosciamo bene. È un bastardo psicopatico.”
“Adesso è ridotto in poltiglia, forse ne è rimasto anche qualche frammento solido, anche se ne dubito. Comunque, Alam e Kerikov hanno rapito la figlia di Johnston, Aggie. Con lei prigioniera, Kerikov poteva minacciare Johnston di ucciderla se lui avesse reso pubblico il loro accordo. Johnston aveva le mani legate.”
“Allora Max Johnston non sapeva che i soldi di Rufti che stava ripulendo sarebbero poi serviti per distruggerlo…” disse Khalid.
“No, non ne aveva idea. Kerikov e Rufti hanno usato la sua avidità a loro vantaggio e nel frattempo stavano progettarlo di tradirlo. Questo intrigo somiglia a quelli delle tragedie di Shakespeare. La notizia non è stata ancora diffusa, ma ieri l’FBI ha fatto irruzione nella casa di Max Johnston e Dick Henna mi ha detto che Johnston si è sparato. Non credo che avesse saputo che sua figlia non era più nelle mani di Kerikov, probabilmente deve aver scelto di barattare il silenzio della sua morte con la vita di sua figlia.”
“E risparmiarsi un lungo soggiorno in prigione” disse Bigelow.
“Conoscevo Max da molti anni. Non avrebbe evitato la prigione pur di sistemare le cose. Credo che con il suo suicidio abbia voluto salvare sua figlia, non sottrarsi alle responsabilità.”
“Johnston sapeva che Kerikov stava utilizzando la piattaforma da cui lei è scappato?”
“Sì, lo sapeva. A dire il vero Kerikov se n’è impossessato e solo dopo averlo fatto ha informato Max, ma per lui era troppo tardi per intervenire, ormai era troppo coinvolto.”
“E lei è riuscito a fermare tutto questo ancora prima che iniziasse?”
“A dire il vero negli Stati Uniti qualcosa è successo, ma di fatto sì, adesso è finita. Le due fughe di greggio in Alaska e nel Puget Sound sono state molto ridotte rispetto a quello che sarebbero dovute essere. La bonifica costerà centinaia di milioni di dollari, ma dato che si è trattato di un attentato di matrice terrorista, il governo federale assorbirà buona parte dei costi. Ma qui nel Golfo l’operazione di Kerikov e di Rufti non è mai decollata. Il colonnello Bigelow mi ha accennato qualcosa sull’intervento militare di stamattina e che ha segnato la conclusione di tutta la faccenda: il piano di Kerikov, il golpe di Rufti e il patto tra Iran e Iraq per il dominio del Medio Oriente.”
Per la prima volta da quando era iniziata la loro conversazione, Khalid sorrise. “All’alba di stamattina uno squadrone di F-18 Hornet americani è partito dalla portaerei Carl Vinson per una serie di passaggi a velocità subsonica sopra la petroliera che si trovava all’àncora lungo la costa, la Petromax Arabia o Southern accent, come preferisce chiamarla. L’ammiraglio Morrison in persona mi ha telefonato per confermare il supporto degli Stati Uniti alla nostra controffensiva via mare.”
Bigelow continuò aggiungendo i dettagli coloriti che secondo lui non potevano mancare. “Mentre i caccia mitragliavano la nave da babordo, con un fuoco di sbarramento a base di proiettili Gatling e lancio di razzi, le forze speciali degli Emirati salivano sulla petroliera dal lato di tribordo impossessandosi della nave senza sparare neanche un colpo. Dopo il bombardamento aereo le truppe di Rufti sono state molto contente di arrendersi.”
“I primi resoconti dei nostri servizi segreti riferiscono che avevano degli elenchi di persone da uccidere e di persone che invece sarebbero state leali al nuovo regime, oltre a un programma dettagliato sui tempi per unirsi alle forze in arrivo dal Kuwait e dall’Arabia Saudita” concluse Khalid.
“Come mai la CIA non ha rilevato gli spostamenti di truppe in Iran e in Iraq?” chiese Bigelow rivolgendosi a Mercer come se fosse lui il responsabile di quella mancanza di informazioni.
“Si possono effettuare trasferimenti di truppe usando i pullmini della scuola e trasportando le armi nei camion, mentre i carri armati possono essere camuffati da alloggi mobili. Se queste attività vengono coordinate con cura, è quasi impossibile accorgersene” mentì Mercer. In realtà pensava che i servizi americani fossero stati colti impreparati un’altra volta, proprio come era successo con Saddham Hussein quando aveva invaso il Kuwait. Lasciando cadere quell’argomento spinoso, Mercer chiese: “Perciò a che punto siamo adesso? È tutto sistemato?”
“Quasi” disse Khalid. “Le truppe sono state catturate stamattina, e la divisione che Rufti aveva predisposto ad Ajman sarà processata per tradimento e condannata a morte tra un mese circa. Quelli che non sono residenti negli Emirati, per lo più mercenari e istruttori iraniani e iracheni, verranno deportati entro questa settimana, e probabilmente verranno accolti come degli eroi nei loro paesi, ma questo è il prezzo che dobbiamo pagare per la diplomazia.”
“E Rufti?” chiese Mercer.
“Per lui abbiamo un programma speciale, e credo che non le dispiacerebbe assistere. Sarà uno spettacolo non certo gradevole, ma di sicura soddisfazione.” Khalid controllò l’orologio. “È ora di andare a pranzo. Dopodiché andremo a incontrare l’esimio Hasaan bin-Rufti.”
Salirono in una sala privata all’ultimo piano dell’edificio, dove venne servito un pranzo sontuoso a base di curry di agnello, aromatizzato con un sapiente equilibrio di spezie che portò Mercer a mangiare ben oltre la sazietà. Anche se Khalid Khuddari non beveva alcolici, Wayne Bigelow sembrava disporre di una inesauribile riserva privata di vini. Trovò in Mercer un degno compare e alla fine del pranzo, dopo aver vuotato tre bottiglie, si infilò nella tunica una bottiglia di brandy di ottantaquattro anni da portare con sé quando se ne andarono.
Seduti sui sedili posteriori di una limousine che sfrecciava attraverso il deserto lungo la strada di Al Ain, Bigelow e Mercer, dopo aver reso omaggio al profumatissimo liquore, lo sorseggiarono a turno bevendo direttamente dalla bottiglia come due soldati che condividono l’acqua della stessa borraccia. Quel viaggio in auto, così come il pranzo, era una celebrazione. Dopo un’ora di aria condizionata all’interno della vettura, i tre uomini si trasferirono su un camion adattato al terreno e alle condizioni del deserto. Khalid dovette essere trasferito a braccia da un veicolo all’altro, perché i bastoni che usava per sostenersi affondavano nella sabbia. Sopportò stoicamente quell’umiliazione.
Percorsero una strada tortuosa che si addentrava nella vastità del deserto, una pista appena tracciata nella terra arida, sballottati dai continui sussulti. L’aria nell’abitacolo aveva raggiunto i quaranta gradi, e la brezza che entrava dai finestrini era troppo calda per essere di un qualche sollievo. I granelli di sabbia si infilavano nel camion e ricoprivano i sedili, il cruscotto e i passeggeri. Se non fosse stato per il brandy, per Mercer sarebbe stato un viaggio a dir poco sgradevole.
Due ore dopo che avevano lasciato la strada principale il camion fermò il motore nel letto di un fiume in secca. Il sole del primo pomeriggio era alto e abbagliante. C’era un altro camion parcheggiato nel greto, un massiccio quattro assi con il telone scolorito e strappato dall’inclemenza di tanti anni passati nel deserto. Non lontano dal camion, un gruppo di beduini stavano accovacciati attorno a un piccolo fuoco, vestiti con lunghe tuniche per proteggersi dagli implacabili raggi del sole. Quando videro Khalid Khuddari che si avvicinava lentamente, trovando nel fondo del greto un appoggio migliore per i suoi bastoni, si alzarono in piedi.
Come usava tra i nomadi, Khalid e i beduini parlarono per qualche minuto, gesticolando e ridendo come vecchi amici che si rivedono dopo tanto tempo. Khalid accettò una tazza di tè che gli veniva offerta, seguito da Mercer e Bigelow. Dopo una lunga conversazione che Bigelow sembrava seguire con grande interesse, uno dei nomadi si staccò dal gruppo e andò dietro al camion. Un istante dopo riapparve portando una grande cassa in plastica che appoggiò per terra vicino a Khalid.
Dall’interno, si udì il richiamo di un falco che salutava il suo padrone.
Hasaan bin-Rufti era stato legato a quattro pali di metallo conficcati nel terreno. Giaceva nudo a gambe e braccia aperte sotto il sole cocente, con il corpo arrossato e coperto di vesciche per l’ustione. La massa di carne glabra era così tonda e coperta di rotoli di grasso che sembrava uno di quei divani imbottiti foderato di rosso. La gola gli bruciava per la sete e lo stomaco borbottava per la fame. Erano ore che non ingeriva niente e la mancanza di cibo gli stava annebbiando la mente.
Per un attimo gli sembrò di essere in un hotel a Parigi, legato ai pali di un letto a baldacchino dalla prostituta francese che mentre lui era immobilizzato gli procurava ogni genere di godimento. La sentiva mugolare mentre i suoi lunghi capelli lo accarezzavano in mezzo alle gambe. Lui gemette al suo tocco, ma poi quella puttana affondò le unghie nel suo petto e lui gridò. Era come se dei punteruoli di acciaio gli lacerassero la carne.
Tornando alla realtà, Rufti riuscì a fatica ad alzare la testa per vedere una creaturina in piedi su di lui, con la testa eretta che volgeva lo sguardo verso il deserto e il becco minaccioso e ricurvo. Capì quello che stava per succedergli, e il solo pensiero gli fece correre un brivido di terrore lungo la schiena.
“La prima cosa che farà sarà beccarti gli occhi, Hasaan” disse Khalid Khuddari entrando nel campo visivo di Rufti. “Immagino che sia perché sono facili da strappare e molto succulenti. Dopo che li avrà estratti, si riposerà per un po’, aspettando di digerire e di avere di nuovo fame, quindi sceglierà un altro boccone facile, i genitali. Credo che Sahara riuscirà a estrarti i testicoli in un baleno, ma può anche darsi che decida di nutrirsi prima con il tuo pene finché è ancora attaccato.”
Khalid fischiò e il suo falco sacro si sollevò dal corpo obeso di Rufti per librarsi in volo e posarsi sul guanto che copriva il polso destro di Khuddari. Lui accarezzò il petto del volatile, sussurrandole parole rassicuranti e lodando la sua bellezza. Il falco rispose lisciandosi le penne ed emettendo un suono sommesso di contentezza. Anche se aveva voglia di cacciare, sarebbe stata ugualmente soddisfatta di nutrirsi al banchetto che le veniva offerto.
“Posso immaginare altri mille orribili modi per morire, Rufti, ma credo che essere mangiato vivo sia uno dei peggiori. Se Sahara lo desidera, può far durare il suo banchetto per diversi giorni. Credo che sarai morto prima che lei finisca il suo lauto pasto, ma ti rimane comunque un sacco di tempo per ripensare a tutto quello che hai fatto e a implorare perdono a me, al principe e ad Allah stesso. Ti garantisco che siamo in pieno deserto e così lontani da tutto che nessuno potrà sentire le tue suppliche. Grida pure, bastardo, sputa i polmoni. Sahara sarà molto contenta di sapere che la sua preda è ancora viva.
“Ucciderti non riporterà in vita le persone che hai ucciso a Londra, né il prete e la bambina morti in aeroporto. Non vendicherà mai la morte di Trevor James-Price. E non ti darà il perdono per aver cercato di uccidermi né per aver causato una catastrofe ambientale negli Stati Uniti né per aver cercato di rovesciare il mio paese. La tua morte non sarà neanche un avvertimento per gli altri, perché nessuno saprà come sei morto. La tua uccisione serve solo a dare a me la soddisfazione di dormire un po’ più tranquillo perché so che al mondo c’è un folle in meno. E prima di addormentarmi stasera penserò al tuo corpo martoriato, e sorriderò, Rufti.”
Khalid aspettò che Rufti gli rispondesse, ma aveva già ceduto e giaceva inerme, incapace anche di lamentarsi. Dopo un po’ Khuddari si allontanò, lasciando che Sahara volasse via dal suo braccio per librarsi in volo nell’aria limpida prima di tuffarsi di nuovo sul suo banchetto.
Ritornati ai camion, a un centinaio di metri dal punto in cui Rufti era stato legato, Khalid si rivolse a Bigelow e a Mercer. “Ci vorrà tutto il pomeriggio. Può darsi che sopravviva anche fino a stanotte. Io voglio restare qui e accertarmi che sia morto, ma non c’è bisogno che voi due aspettiate con me. Perché non tornate ad Abu Dhabi e andate divertirvi un po’? Domattina vi raggiungerò e faremo colazione insieme.”
Mercer era tentato di accettare. Dopo tutte le morti a cui aveva assistito nell’ultima settimana, la giustizia del deserto messa in scena da Khuddari era veramente troppo. Ma declinò l’invito perché voleva essere certo che il ‘Fiume Nero di Caronte’ si fosse prosciugato. I beduini accesero un altro fuoco, montarono una tenda e tirarono fuori una pentola per cucinare il pasto della sera. Misero a bollire l’acqua per avere il tè sempre pronto. I tre uomini scambiarono qualche frase ogni tanto mentre il pomeriggio scorreva via, ignorando le grida che giungevano da oltre le rive del letto del fiume in secca.
“E adesso cosa succederà?” chiese Mercer a Khalid mentre il sole scendeva sotto l’orizzonte tingendo il cielo di rosso prima del crepuscolo.
“Prenderò qualche settimana per recuperare. Andrò a Londra per un funerale e poi probabilmente andrò nel sud della Francia o a Malaga, in Spagna, con la mia segretaria. Credo che ce lo meritiamo entrambi.” Khalid aveva risposto con un candore che lasciò di stucco il colonnello Bigelow.
“E lei?”
“Speravo di portare la sua segretaria nel sud della Francia o a Malaga, in Spagna, ma a questo punto la cosa è fuori discussione” disse Mercer scherzando per nascondere le sue emozioni al pensiero di aver perso Aggie Johnston. “Quando ero a New York tra un volo e l’altro ho ascoltato la mia segreteria telefonica e ho sentito un messaggio piuttosto intrigante del Dipartimento di Stato, quindi presumo che ci sia qualche miniera che mi aspetta.”
Quando il deserto fu avvolto dall’oscurità, illuminato solo da un sottile spicchio di luna e dalle stelle lontanissime, le grida di Hasaan bin-Rufti cessarono. Il falco di Khalid raggiunse gli uomini qualche minuto dopo, con la testa e il corpo imbrattati del sangue di Rufti.
Mercer, Khalid e Bigelow passarono la notte nel campo dei beduini, ridendo fino a oltre la mezzanotte grazie ai racconti di guerra del colonnello, paradossali ed esagerati. Nel corso della notte Sahara si allontanò di nuovo per andare a nutrirsi. Per nessuno di loro le mutilazioni che aveva inflitto al corpo di Rufti erano sufficienti. All’alba tornarono in città lasciando Rufti in pasto agli sciacalli e agli avvoltoi che si erano avvicinati durante la notte. Khalid partì quello stesso giorno per una lunga vacanza insieme a una Siri Patal, imbarazzata ma felice, mentre Mercer rimase nel paese ancora per qualche giorno a riposarsi e a mettere alla prova le vanterie di Bigelow che sosteneva di reggere l’alcool meglio di chiunque altro.
Bigelow vinse tutte le gare, ma Mercer avrebbe voluto metterlo in competizione con Harry White. L’inglese non avrebbe avuto scampo.